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Quale democrazia per la Repubblica? Ripensando il 2 giugno 1946

Se una ricorrenza ha un valore pubblico e civile è perché arricchisce la consapevolezza diffusa presso il maggior numero di abitanti di uno Stato-nazione, avvicinandoli così un po’ di più ad un’autentica condizione di “cittadini”. Il 2 giugno 1946 è la festa nazionale che più di ogni altra potrebbe sanare quelle ferite che l’Italia si porta dietro a seguito di una doppia guerra civile consumatasi nell’arco di un ventennio. La prima esplose tra 1919 e 1922 e fu apparentemente riassorbita con atto d’imperio e la trasformazione, di lì a tre anni, di un sistema costituzional- rappresentativo in una dittatura a partito unico. La seconda, più nota, fu quella che si consumò tra 1943 e 1945 e a cui il 2 giugno più immediatamente pose fine, almeno in una certa misura.

Si potrebbe obiettare che con il referendum istituzionale si manifestò una netta frattura tra sostenitori della monarchia e sostenitori della repubblica. Quel fatidico e fondativo giorno votarono 24.946.878 italiani e italiane (e anche per il voto nazionale alle donne la data è memorabile), pari all’89,10% degli aventi diritto. Si trattò dunque di una partecipazione elevatissima, che non aveva precedenti nella storia delle elezioni libere in Italia. Prevalse la scelta repubblicana con 12.718.641 voti, pari al 54,3%, contro i 10.718.502 suffragi a favore della monarchia, pari al 45,7% dei voti validi. La spaccatura apparve netta, anche in termini Nord-Sud, con la parte centro-settentrionale della penisola a maggioranza repubblicana, il Sud e le isole a maggioranza monarchica. Un’Italia spaccata in due, dunque? Apparentemente sì, ma nella sostanza no. Se infatti andiamo a vedere i contemporanei risultati per l’elezione dell’Assemblea costituente constatiamo che le forze monarchiche, presentatesi sotto un’unica lista elettorale denominata Blocco nazionale della libertà (che raggruppava Partito democratico italiano, Concentrazione nazionale democratica liberale e Centro democratico), ottennero soltanto 637.328 voti, pari al 2,77%, con 16 seggi su 556. Ben poca cosa. Nello stesso giorno in cui oltre il 45% votava a favore del mantenimento dell’istituto monarchico, il voto politico a favore di partiti monarchici era del 2,77%. È ovvio che tanto di quel 45% si espresse altrove in termini partitici, dalla Dc ai liberali (si pensi ad una figura come Luigi Einaudi), per una logica di “voto utile” resa inevitabile in epoca di partiti di massa e di incipiente Guerra fredda, però ciò significa anche che si antepose la scelta democratica alla scelta istituzionale. Questione di priorità: prima la democrazia come contenuto, poi la forma, repubblicana o monarchica che fosse.

Le successive elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime in regime repubblicano e con costituzione vigente, videro il Partito nazionale monarchico (Pnm), ufficialmente sorto il 13 giugno del 1946 all’indomani della sconfitta referendaria, ottenere alla Camera 729.078 voti, pari al 2,78%, e al Senato 393.510, pari all’1,74%. Peraltro il Pnm si presentò in una lista unica con un’altra formazione, l’Alleanza democratica nazionale del lavoro. Anche nel caso del 1948 va tenuto conto della estrema polarizzazione innescata da una Guerra fredda oramai divampata, e al fatto che nella nuova contrapposizione Est/Ovest la Dc riuscì a catalizzare quasi l’intero voto anticomunista, conservatore e filo-occidentale.

Se però proseguiamo nella storia delle elezioni politiche constatiamo che anche nelle successive due competizioni nazionali il voto monarchico non andò oltre il 6,85% (alla Camera) nel 1953, per poi ritornare al 2,23% (sempre alla Camera) nel 1958. Successivamente l’erede del Pnm, ossia il Partito democratico italiano di Unità monarchica di Alfredo Covelli ed Achille Lauro, oscillò tra l’1,75% (alla Camera nelle elezioni del 1963) e l’1,30% (sempre alla Camera nelle elezioni del 1968), per infine sciogliersi nel 1972 e parte di esso confluire nel Movimento sociale italiano-Destra nazionale. Insomma, se forse un sentimento monarchico permase ancora per qualche tempo, non si tradusse più, dopo il 2 giugno 1946, in una forza politica di un qualche significativo peso.

Non fu dunque sulla scelta istituzionale che il 2 giugno di 74 anni fa avvenne la vera divisione del popolo italiano, ed anche per questo meriterebbe sottolineare con forza questa data come la festa ufficiale della Repubblica, in quanto assai meno divisiva del 25 aprile, festa della Liberazione dall’occupazione tedesca e della sconfitta definitiva del fascismo risorto a Salò. Il 2 giugno semmai ci fu convergenza su una scelta a favore della democrazia come contenuto e come metodo. Eppure resta da spiegare come mai la successiva storia repubblicana italiana sia stata caratterizzata da momenti di profondissima divisione interna, culminata in un decennio che sarebbe opportuno non dimenticare mai per evitare che possa ripetersi. Parliamo degli anni Settanta, ovviamente. Gli “anni di piombo”, che tali furono realmente. Pochi giorni orsono è stato ricordato l’omicidio del giornalista Walter Tobagi compiuto da un gruppo terroristico di estrema sinistra il 28 maggio di 40 anni fa. Assassini politici per una sorta di guerra civile in servizio permanente effettivo si sono protratti fino al 2002 (assassinio di Marco Biagi da parte delle nuove Brigate rosse). Sotto il drammatico profilo del terrorismo politico interno l’Italia costituisce un caso unico in tutta Europa, se si escludono situazioni dove esistono annosi conflitti con minoranze territoriali secessioniste.

Se anche si volesse omettere questa fase di estrema acutezza della conflittualità intestina, non possiamo negare che gli ultimi trent’anni della nostra storia repubblicana hanno conosciuto una forte polarizzazione che ha impedito, ad esempio, di giungere a riforme costituzionali condivise. Queste ultime, necessarie per alcuni aggiornamenti della macchina decisionale nazionale, sono state impedite proprio dall’impossibilità di superare una concezione che vede l’avversario politico come il nemico con cui non si scende mai a patti. Il fallimento del tentativo di consolidare un bipolarismo fondato sul principio dell’alternanza al governo sta lì a testimoniarlo. Nei fatti, dal 1994 al 2011 si è assistito alla sua sperimentazione, che però è stata raccontata dal sistema massmediatico e vissuta dagli stessi protagonisti politici, oltre che dall’opinione pubblica, come qualcosa di più simile ad una finale resa dei conti che non alla normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Abbiamo vissuto circa vent’anni di drammatizzazione estrema del confronto bipolare e l’antiberlusconismo è stato in tal senso il grido di allarme lanciato contro una democrazia che non sarebbe risultata “normale” nell’Italia di quel più recente ventennio. Dal 2013 ad oggi è poi entrato in gioco un confronto tripolare che comunque di recente sta riconvertendosi in bipolarismo bloccato e bloccante rispetto al fisiologico meccanismo dell’alternanza al governo tra maggioranza e opposizione. Come mai tutto questo? Significa forse che su quella democrazia per cui ci si espresse in modo sostanzialmente uniforme e concorde il 2 giugno 1946 esistevano in realtà sotterranee divergenze e silenti ma profonde contrapposizioni?

Ben più di un elemento di risposta in tal senso possiamo adesso trovarlo in un bel volume in uscita tra pochi giorni nelle librerie di tutta Italia, Ne è autore Danilo Breschi, professore di storia del pensiero politico presso l’Università degli studi internazionali di Roma (Unint) e componente del CdA della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Il titolo di questa ampia e densa ricerca è eloquente: Quale democrazia per la Repubblica? Le culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946, edito dalla Luni di Milano. Dall’8 settembre 1943 al 2 giugno 1946 si è consumata la grande transizione dal fascismo alla Repubblica, dalla dittatura alla democrazia. Un triennio fecondo e decisivo per la futura storia d’Italia, una breve stagione di grande tensione ideale e di enorme fermento ideologico che prepara il dibattito costituente per una nazione e uno Stato da rifondare. Il libro cerca di rispondere ad un interrogativo cruciale, che è il seguente: quante e quali idee, quante e quali immagini di democrazia circolavano nelle famiglie politico-culturali e politico- partitiche nel periodo di transizione dal fascismo alla Repubblica, appunto tra l’estate del 1943 e l’estate del 1946? E ancora: quanto questa democrazia, da tutti o quasi evocata, fosse qualcosa di più della semplice negazione del recente passato, e dunque non soltanto il rovesciamento della dittatura? Quali gli istituti, le procedure e le finalità nelle quali si sarebbe dovuta tradurre la nuova forma di governo democratica?

In un’Italia che oscilla tra guerra e prima ricostruzione, tra paure e speranze, nei circa tre anni che seguono al 25 luglio 1943 assistiamo al libero risorgere e manifestarsi di tutte le famiglie politiche soppresse dopo l’avvento del fascismo al potere. Ad esse se ne aggiungono di nuove, come l’azionismo, la sinistra cristiana e il qualunquismo. L’ideologia che tutte le accomuna è l’antifascismo, ma per alcuni si aggiunge l’anticomunismo, in nome del più generale antitotalitarismo. In tutti i casi, il triennio 1943-46 mostra una ricchezza ideologica quanto mai ampia e consente di cogliere fermenti, idee e proposte riprese subito dopo nell’Assemblea costituente. Fino al 2 giugno 1946 per molti attori presenti sulla scena politica le soluzioni alla crisi aperta dalla fine del fascismo, e poi dalla fine della guerra, erano numerose e tutte possibili. Attraverso un ricco e dettagliato panorama delle idee politiche presenti nell’Italia di quel triennio il nuovo libro di Breschi consente di capire quali fossero i contenuti fondamentali della cultura alla base della nascente Repubblica. Dai primi vagiti di idee e proposte si può intuire lo Stato che sarebbe venuto poi, le eredità che si sarebbe portato dietro e che oggi sono diventati nodi scorsoi da sciogliere per ridare fiato e slancio alla nazione italiana.

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