NewsIntervista a Valdo Spini, Presidente del Coordinamento Riviste Italiane di Cultura (Cric) sull’A.C.1504.

Intervista a Valdo Spini, Presidente del Coordinamento Riviste Italiane di Cultura (Cric) sull’A.C.1504.

Nel momento in cui la camera dei Deputati sta esaminando la pdl Giordano e altri “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura” (A.C:1504), relatore Flavia Piccoli Nardelli,non ci si può esimere dal far presente l’esigenza che la problematica di tale progetto di legge sia allargata anche alla promozione della lettura delle riviste di cultura italiane.
 
Pur comprensibilmente, il termine “riviste di cultura” non è mai menzionato nella proposta di legge, termine però implicitamente presente nelle finalità generali. Per questo chiediamo che venga esplicitato a all’art.1 o all’art.3
 

Caro Presidente, nella sua esperienza al Coordinamento Riviste Italiane di Cultura (Cric) quale ruolo culturale, sociale, economico giocano le riviste nel XXI secolo? E quali legami la rivista ha intrattenuto con il libro da una parte e il quotidiano dall’altra?

 
Tra gli strumenti dello sviluppo della cultura la rivista si segnala per una collocazione particolare.
 
La rivista è in primo luogo un prodotto collettivo. A differenza del libro, che, in genere, è il frutto dell’incontro tra l’opera di un autore e l’attività dell’editore, e quindi un rapporto bilaterale, la rivista non è concepibile senza che abbia alle sue spalle un gruppo, un ambiente, un circolo culturale o universitario.
 
Questo è un primo fatto che va sottolineato. Proprio per la sua pluralità di composizione, il più delle volte il nucleo dirigente di una rivista lavora a titolo gratuito. Rappresenta cioè un momento di volontariato culturale e quindi sociale. Si tratta di un’associazione di persone che vuole diffondere delle idee o farsele, partendo da comuni valori in un processo dialettico di scambio e di discussione. Per avere un’idea della dimensione quantitativa del problema, la Regione Toscana ha provato a fare un censimento di riviste di cultura grandi e piccole, toccando le circa 250 testate.
 
E’ dallo stesso humus della rivista che può, del resto, germogliare l’opera individuale, il libro che la stessa rivista può successivamente discutere e contribuire a far conoscere criticamente. All’altro estremo del libro sta il quotidiano, che è frutto, come e ancor più della rivista, di un collettivo di energie e di apporti, ma si differenzia da questa per essere vincolato al continuo aggiornamento di fatti e di commenti. Non si può permettere di rimanere invariato per un determinato periodo di tempo come la rivista che, programmaticamente, vuole un certo periodo di sedimentazione e di elaborazione.
 

Da un punto di vista storico, quali sono stati i moventi per la creazione di riviste e quale la loro influenza sulla società, la cultura, le scelte politiche? Può farci degli esempi specifici?

 
Le riviste hanno influenzato profondamente la cultura, la politica, la scienza anche perché spesso contengono insieme la presenza di vari filoni culturali. Così la “Antologia” di Giovan Pietro Vieusseux, la rivista del nostro Risorgimento, che trattava ampiamente di fenomeni politici, letterari, scientifici ed economici. In un paese di tradizione idealistica, come l’Italia, spesso le riviste sono state   di “Politica e di letteratura”. Così nasce “Il Ponte” di Piero Calamandrei, egli stesso letterato, ma che ha come segretario di redazione (poi vicedirettore) uno scrittore come Gaetano Tumiati proprio per cura della parte letteraria. Oppure pensiamo a “Belfagor” di Luigi Russo, si volle chiamare “Rivista di varia umanità”. Questa articolazione composita era anche una reazione alle riviste letterarie, soprattutto quelle dei letterati ermetici destinate consapevolmente solo ad una èlite intellettuale. “Solaria” di Alessandro Bonsanti stampava circa 800 copie. Pure, le varie  riviste che, dalla “Voce” di Prezzolini in poi hanno fatto di Firenze una vera e propria capitale delle avanguardie letterarie nel novecento, nonostante lo scarso numero di copie facevano opinione, esercitavano una profonda influenza sulla èlite culturale del tempo. La “Critica” di Benedetto Croce ebbe una grande importanza non solo culturale ma anche politica nel periodo del regime fascista. Ma ancor prima, anche la “Critica Sociale” di Filippo Turati oltrepassò i confini del partito o della corrente di partito.
 
Nel corso della prima repubblica le riviste politiche tout court (hanno avuta tanta influenza nella cultura dei rispettivi partiti o movimenti. (Pensiamo, nella sinistra, a “Rinascita” o a “Mondo Operaio”, tanto per nominarne due,) Anzi il loro andamento era anche termometro dello stato di salute dei rispettivi partiti e movimenti.
 

Quali sono le immediate conseguenze per le riviste con l’avvento delle tecnologie digitali? E quali le prospettive di realizzazione, consumo, mercato?

 
L’avvento del digitale scombina questa divisione dei compiti tra rivista, libro e quotidiano. Il quotidiano, può diventare in Internet un continuo e cangiante susseguirsi di notizie e di commenti. Anche se la fotografia giornaliera dell’insieme di notizie e di commenti ed immagini che il quotidiano cartaceo deposita giornalmente è essa stessa una notizia con la sua selezione ed è qualcosa di cui si potrà fare difficilmente a meno. Del resto ricordiamocelo, fino ad alcuni decenni fa i principali quotidiani avevano almeno due edizioni, una della mattina e una della sera, e quindi l’introduzione del quotidiano on line in fondo fa riapparire anche questa realtà. In ogni caso la sfida di fronte ai quotidiani cartacei è veramente grande, la si avverte concretamente nelle vendite, ma non fa parte del nostro discorso di oggi.
 
La rivista è sfidata dai siti, dai social network che possono potenzialmente racchiudere articoli, informazioni, commenti e che possono anche essere gestititi collettivamente come le redazioni di una rivista. Ma la rivista stessa può andare on line, cioè essere consultabile via internet. Risparmia in questo modo i costi di spedizione, i costi di stampa, la carta, il magazzinaggio, e quant’altro (Non l’IVA, che anzi è più alta). Perde però la sua fisicità, il suo essere oggetto e quindi l’individualità del fascicolo in quanto tale. Solo il tempo ci saprà dire quanto questo fattore continuerà a contare.
 
Nel frattempo si assiste con successo ad un’integrazione tra i due tipi di diffusione, quello cartaceo e quello digitale. Intanto perché la fruizione dei numeri arretrati delle riviste (e la loro conservazione) è estremamente funzionale al digitale. Questo consente una catalogazione ed una ricerca che può rendere acquistabile in qualsiasi parte del mondo un singolo articolo della rivista che sia collocata su una piattaforma idonea. Ma questo rende altresì strategica la capacità di una rivista di contenere almeno degli abstract nel latino dei nostri tempi che è, lo si voglia o no l’inglese, o quanto meno delle parole chiave che ne consentano la ricerca in informatica. Mentre quindi il cartaceo può essere determinante per il numero in circolazione della rivista, o per lo studio sociologico e di storia della cultura della rivista in genere, il digitale può dare un respiro nuovo proprio alla presenza delle riviste sul mercato, combattendo anche la piaga della rapina delle fotocopie.
 

Esiste una strategia di mercato in questo specifico ambito culturale? E quali sono i problemi economici a cui una rivista deve far fronte per la programmazione editoriale?

 
Va sottolineato, in primo luogo, che la situazione della lettura non è in Italia particolarmente rassicurante in termini generali. E’ stato ampiamente citato il rapporto del Censis sulla situazione sociale del paese che ha messo in evidenza come il 39,3% della popolazione italiana non legga né giornali né riviste. Viene da chiedersi quanto del rimanente 60% legga poi le riviste culturali. I dati del Censis dicono genericamente che le pubblicazioni mensili (considerate in generale) raggiungono circa il 18 per cento degli italiani.
 
Ma a tutto questo si è aggiunta la crisi economica con le sue conseguenze in fatto di consumi. Proprio In questi giorni viene diffuso il Rapporto di Federculture da cui risulta che i consumi culturali nel nostro paese sono in calo per il secondo anno consecutivo. Il dato è negativo in tutti i settori (se si eccettuano i concerti musicali), ma particolarmente negativo per i l libro. Gli italiani da sei anni in su che hanno letto un libro sono diminuiti del 6,5%, cioè sono ora il 56% contro il 68% della media Ue). Non si conoscono dati sulle riviste culturali, ma è da presumere che esse abbiano seguito o lo stesso andamento o uno ancora peggiore.
 
Guardiamo poi alle difficoltà concrete che oggi incontrano le riviste culturali in particolare, in un quadro economico generale certamente tuttaltro che roseo. Vi sono almeno quattro fenomeni pesantemente negativi.  Da una parte l’aumento dei costi che pesano sugli abbonamenti, dipendenti dall’aumento delle tariffe postali per il venir meno del contributo dello stato all’azienda delle poste; dall’altra la diminuzione dell’ammontare a disposizione per i contributi alle riviste di alto valore culturale da parte del Ministero, in dipendenza della “stretta” economica e finanziaria. In terzo luogo, la contrazione nella pubblicità, sia delle aziende che delle banche. Ma, last but not least, si manifestano crescenti difficoltà nella distribuzione delle riviste di cultura e nella stessa loro presenza e visibilità all’interno delle librerie commerciali con influenza negativa sulle vendite. Sono tutti elementi che oggi ci pongono gravi problemi, per certe riviste addirittura di sopravvivenza.
 
Soffermiamoci sul quarto ed ultimo di questi elementi, visto che ogni iniziativa editoriale, per quanto supportata dall’ambiente esterno, dovrebbe poi misurarsi col mercato. Anni addietro, si entrava nelle librerie e si vedevano delle belle rastrelliere colme di riviste. Anzi, era una delle attrazioni che ci spingeva ad entrare nelle librerie stesse. Oggi non è più così, per un rapporto costi/ricavi che non incentiva più le librerie a farlo. Credo che ciò provochi un impoverimento delle possibilità di acculturazione, in particolare delle giovani generazioni, proprio per il pluralismo dei messaggi che era insito in quel tipo di presentazione.
 
Naturalmente, le riviste devono anche abituarsi a farsi leggere e a invogliare a farsi comprare, se vogliono influenzare più generalmente la cultura del nostro paese. E questo forse è il tema più delicato: come non cedere a mode che svilirebbero il valore culturale delle riviste e come al tempo stesso farsi leggere in particolare dalle giovani generazioni.
 
Non solo, le riviste devono poter comunicare anche col mondo della radiotelevisione. Se prima le riviste con un limitato numero di copie potevano influenzare l’elite culturale del loro tempo, oggi hanno bisogno che radio e televisione parlino di loro.
 

Oggi, qual è la strategia italiana per la produzione di riviste?

 
Guardiamo però anche alle frecce che abbiamo nel nostro arco, agli aspetti positivi di questo settore. Innanzitutto, le riviste di cultura italiane, ancorché in italiano, godono tuttora di un buon apprezzamento negli abbonamenti delle principali istituzioni bibliotecarie, in particolare universitarie, americane europee ed internazionali. E’ una presenza all’estero che ha delle ricadute generali, che fa bene anche alla nostra economia, non solo alla nostra cultura.
 
Da tale punto di vista, la difesa e il rilancio delle nostre riviste di cultura fa parte della problematica complessiva del rilancio dell’immagine e della capacità competitiva della cultura del nostro paese. O si punta a fare del nostro paese una specie di Disneyland del passato di cui fruire in termini turistici, oppure si parte dal nostro rilevante patrimonio culturale per intrecciare sempre di più in modo non provinciale le nostre comunità di studiosi, ricercatori, operatori culturali, con quelle degli altri paesi. Se si pensa alla prima ipotesi, le riviste italiane di cultura possono essere considerate una sorta di orpello del passato. Se, invece, com’è doveroso, si pensa alla seconda ipotesi, allora bisogna fare una scelta decisa in questa direzione. Siamo stati in Francia, al Salon de la Revue, con uno stand collettivo del nostro Coordinamento. Abbiamo potuto verificare che il Centre National du Livre (creato nel 1993 per trasformazione di altri organismi) sostiene attività come quelle del Salon de la Revue. In Italia il Centro Nazionale del Libro è stato istituito e nel 2007 e riorganizzato col DPR 25 gennaio 2010, n. 34,ma, al momento, non sembra incaricato di occuparsi delle riviste di cultura, che, invece, sarebbero di competenza della Direzione Generale delle Biblioteche del Ministero, che, di fatto, non ha gli strumenti per occuparsene.
 
Va richiamato ancora che la situazione della lettura non è in Italia particolarmente rassicurante in termini generali. E’ stato ampiamente citato l’ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del paese che ha messo in evidenza come il 39,3% della popolazione italiana non legga né giornali né riviste. Viene da chiedersi quanto del rimanente 60% legga poi le riviste culturali. I dati del Censis dicono genericamente che le pubblicazioni mensili (considerate in generale) raggiungono circa il 18 per cento degli italiani. E ciò significa che le riviste devono anche abituarsi a farsi leggere e a invogliare a farsi comprare, se vogliono influenzare più generalmente la cultura del nostro paese. E questo forse è il tema più delicato: come non cedere a mode che svilirebbero il valore culturale delle riviste e come al tempo stesso farsi leggere in particolare dalle giovani generazioni.
 
Una delle possibilità di difendere le riviste di cultura è la loro associazione, collettivizzando costi di servizi altrimenti insostenibili. Naturalmente tanto più se questo può avvenire in dialogo e in dialettica con una politica pubblica, che sia nazionale o regionale o locale, che dia la possibilità di incontrare iniziative di mostre, festival, valorizzazione in genere di questo “prodotto”.  Non intendiamo soltanto piangere miseria, ma altresì qualificare la nostra azione. Per esempio il Circ organizza degli stand collettivi in varie occasioni fieristiche o culturali, il che consente alle singole riviste, pagando una piccola quota, di essere presenti laddove singolarmente dovrebbero affrontare un costo insostenibile.
 
E questo ci da il diritto di dire che il governo centrale -ma vi è anche un importante ruolo delle Regioni in proposito- deve sviluppare iniziative promozionali, vere e proprie campagne, che colleghino riviste e potenziali lettori, che incentivino l’ammodernamento tecnologico, l’utilizzazione dell’informatica e del digitale, la traduzione dei contenuti e delle loro sintesi. Non si tratta di interventi assistenziali, bensì di stimoli a proiettarsi sul futuro di questo XXI secolo e di questo terzo millennio. Questi stimoli e questi incentivi sono assolutamente necessari.
 
Non si può infatti pensare di fare una rivista in modo conformista. Non avrebbe né spazio né cittadinanza. Cultura e critica sono due componenti essenziali delle riviste. Potremmo dire, con qualche presunzione, che simul stabunt vel simul cadent. La mancanza di riviste degne di questo nome sarebbe il sintomo di un declino culturale, viceversa la ricchezza e la vivacità di un robusto tessuto di riviste, sarebbe il segnale che qualcosa di nuovo si sta muovendo nella società italiana.
 

Quali conclusioni sente di poter trarre?

 
Se non si interviene, molte riviste di cultura moriranno o dovranno spostarsi solo sulla piattaforma informatica. Segnaliamo allora alcuni possibili interventi.
 
Tariffe Postali. Peculiare nella rivista rispetto al libro è il tema della spedizione e del suo costo.  Come è noto, alla scadenza della proroga delle tariffe agevolate per le spedizioni di prodotti editoriali in abbonamento postale, avvenuta il 31 marzo 2010, ha fatto seguito l’introduzione di un aumento tariffario di circa il 38% dal primo settembre 2010,a cui si aggiungerà un ulteriore aumento del 17% medio dal prossimo 1° settembre 2011. Il Cric si è già fatto portavoce degli Editori e Direttori delle Riviste italiane di cultura, presso il Governo e il Parlamento, sia per trovare soluzioni adeguate nella determinazione delle tariffe postali.
 
Contributi riviste di alto valore culturale. Sarebbe necessario ripristinare il fondo annuale di circa due milioni di euro destinato ai contributi alle pubblicazioni periodiche di elevato valore culturale che vigeva in precedenza… Questi contributi, istituiti dalla riforma dell’editoria nel 1981 rinnovata dalla legge 67/1987 e da allora mai più rivalutati, a partire dal 2005 sono stati progressivamente ridotti, fino al dimezzamento del fondo. Nel gennaio 2011 è sopraggiunto il blocco dei contributi, quando la Direzione generale per i beni librari del Ministero dei beni e delle attività culturali ha comunicato che “a seguito dei tagli decisi al bilancio dello Stato 2011, i contributi alle pubblicazioni periodiche di elevato valore culturale riguardanti l’annata 2010 non verranno assegnati”. Successivamente un’assegnazione è stata ripristinata nel 2013 per il 2012. Ora è stata pubblicata ed è in corso di registrazione la nuova Circolare n.103/2014: “Norme per l’ammissione ai premi e alle menzioni speciali non accompagnate da apporto economico per pubblicazioni periodiche di elevato valore culturale”.
 
Centro per il Libro e la lettura. Dispiace constatare l’assenza di un punto di riferimento istituzionale con il quale la pubblicistica culturale e la piccola editoria di periodici culturali possa interloquire. Ciò è avvenuto anche in seguito alla costituzione del Centro per il libro e la lettura, che, almeno nella sua gestione precedente, aveva rifiutato di assumere i compiti in materia di periodici culturali, svolti in precedenza dagli uffici ministeriali.
 
Quanto detto sembra contraddire la nozione di “prodotto editoriale” introdotta dalla legge 7 marzo 2001 n. 62, recante “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416”. “Per «prodotto editoriale», ai fini di detta legge, si intende “il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico (…)”. Tale nozione comprende il “prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto”. Alle riviste di cultura dovrebbe pertanto essere assicurato un trattamento analogo a quello riservato ai libri, a seguito del DPR 25 gennaio 2010, n. 34 “Regolamento recante organizzazione e funzionamento del Centro per il libro e la lettura”. I periodici cultuali dovrebbero pertanto fruire dei benefici derivanti dall’insieme delle attività di promozione istituzionale che sono state demandate al nuovo organismo, fra cui le campagne informative attraverso la televisione, la radio, il cinema, la stampa quotidiana e periodica, internet, per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei prodotti editoriali e della lettura; gli interventi a sostegno della partecipazione alle Fiere internazionali del libro e di sostegno alle traduzioni; la promozione di manifestazioni ed eventi, in Italia e all’estero, volti a diffondere la produzione editoriale italiana e la cultura della lettura in generale, e in particolare la campagna nazionale annuale di promozione della lettura;  il sostegno delle iniziative promosse dalle biblioteche, dalle scuole e dalle istituzioni pubbliche e private, con particolare riguardo a quelle rivolte ai giovani; gli incentivi alla distribuzione delle librerie. Un’azione del parlamento in proposito sarebbe quanto mai auspicabile.
 
Salone della Rivista.L’11 e 12 Ottobre 2014 si svolgerà a Parigi il 24esimo Salon de la Revue, l’iniziativa di cui si parlava prima.In un ampio e bello spazio al Marais (Espace Blancs Manteaux) si svolge ormai da ventiquattro anni un’esposizione vendita di tutte le riviste culturali di lingua francese. Da alcuni anni noi organizziamo come Cric (Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura) un banco italiano grazie al fatto che molte riviste italiane si associano con noi e possono parteciparvi pagando una modesta quota.
 
L’iniziativa francese è sostenuta in Francia dal Centre du livre et de la lecture, a cui ci si è ispirati per il Centro per il libro e la lettura italiano. L’iniziativa parigina è frequentata da molti visitatori e così è anche per il nostro banco del Cric italiano che riscuote un notevole successo di attenzione.
 
Vorremmo farvi partecipi deI valore che avrebbe realizzare un’iniziativa del genere anche in Italia. L’obiettivo sarebbe quello di permettere alle riviste italiane di poter avere un momento di esposizione che attualmente manca, perché le librerie non hanno un vero interesse economico ad esporle, nonché anche un’occasione di vendita, molto preziosa con i tempi che corrono. Ci stiamo rivolgendo in questo senso alla Presidenza del Consiglio.
 
Incentivi per la collocazione delle riviste sulle piattaforme digitali. Questi sarebbero quanto mai importanti, sia per quanto riguarda la collocazione delle riviste sulle piattaforme digitali, sia per quanto riguarda la digitalizzazione degli archivi delle riviste stesse, in sinergia con quelli delle Fondazioni e istituti cultural del nostro paese.
 
Su tutti questi temi vorremmo cominciare ad avere risposte dal governo e dal parlamento e la discussione della pdl in oggetto, può esserne l’occasione magari , come abbiamo detto nella premessa, introducendo il termine “riviste di cultura” in alcuni degli articoli della legge. E’ l’appello che rivolgiamo al Parlamento.